Remo Wolf, innovatore e divulgatore

I cultori della xilografia ricordano il 1912 come l’anno in cui furono poste le basi per il rilancio di questa tecnica, fino ad allora legata principalmente all’illustrazione di libri o alla funzione di riproduzione di altre opere. È, infatti, l’anno della mostra internazionale di Levanto, voluta e organizzata da Ettore Cozzani e dal gruppo di xilografi raccolti attorno ad Adolfo De Carolis e alla rivista “L’Eroica”.

Ma è stato anche l’anno di nascita di uno dei più significativi interpreti di questa affascinante tecnica: Remo Wolf. Oggi lo possiamo considerare, senza dubbio, non solo come uno dei più prolifici incisori ma, in questo campo, uno dei più tenaci ricercatori, innovatori e tra i più appassionati divulgatori.

È noto che il giovanissimo Wolf si interessò alla xilografia dopo aver visitato a Firenze una mostra di Bruno da Osimo, nella quale erano esposti anche numerosi ex libris. Inizia così nel 1929-30 a incidere da autodidatta i primi ex libris (purtroppo andati perduti), dando il via a una lunga carriera protrattasi poi per oltre settantadue anni.

Ma in che cosa si distingue la produzione artistica di Remo Wolf nel panorama variegato, spesso caotico e tribolato, dell’arte del XX secolo? Certamente uno dei motivi è il consistente numero di opere prodotto, recentemente stimato in 3.800 incisioni, di cui circa 2.700 xilografie e 1.100 calcografie, 320 grafiche d’occasione, circa 900 ex libris, centinaia di opere pittoriche, pastelli, disegni, senza dimenticare le vetrate legate a piombo presenti in alcune chiese.

Numeri stupefacenti se si considera che egli svolgeva l’attività artistica al di fuori del lavoro principale: per oltre quarant’anni fu, infatti, insegnante di disegno e storia dell’arte nelle scuole trentine.

Un’altra caratteristica è la varietà di temi e di soggetti affrontati e rappresentati nelle diverse opere. Si va dal paesaggio alla figura umana, soprattutto femminile; dalla rappresentazione a carattere religioso alla mitologia e allegoria; dalle immagini fortemente icastiche alle atmosfere magiche e esoteriche; dalle vicende umane, a volte sofferte, ai voli di una sconfinata fantasia.

Ma ciò che personalmente mi ha sempre colpito dell’arte wolfiana è che nel vasto corpus incisorio ritroviamo l’utilizzo di molti, se non tutti i vari metodi operativi: nella calcografia, accanto all’acquaforte, troviamo numerosi lavori eseguiti con la tecnica dello zucchero e dell’acquatinta; mentre nell’opera xilografica, più differenziata e ricca, sono presenti svariate forme d’incisione.

Remo Wolf lavora sia il legno di filo, sia il legno di testa; utilizza sia il classico “taglio lineare” dei primitivi (anche per tavole di grandi dimensioni), sia l’incisione della “linea bianca”.

Soprattutto negli anni ’50 fa un ampio uso del cosiddetto procedimento “timbrico” che consiste nell’incidere il soggetto e la scena principale utilizzando la linea chiusa di contorno, quindi in piena luce, e lasciando la parte rimanente, che realizza attraverso il segno inciso con la sola sintesi lineare a risoluzione dei rilievi e delle forme, completamente al buio. Con questo metodo aggiunge alla xilografia un altro elemento descrittivo e significativo della visione.

Già negli anni ’30 aveva sperimentato l’incisione su celluloide, realizzando alcuni fogli con soggetti ripresi dalla vita di caserma, mentre molti dei suoi ex libris sono realizzati con il metodo del “camaïeu” utilizzando, per la seconda matrice, il linoleum.

Ettore Cozzani, nella presentazione della mostra personale di Remo Wolf alla Galleria Delfino di Rovereto nel novembre 1950, sosteneva che […] «… Remo Wolf non è uno di quegli artisti che cercano e definiscono una tecnica come disporrebbero in terra un binario, per corrervi poi tranquilli e sicuri per tutta la vita. Egli è uno spirito inquieto e tormentato: ha cioè il dono doloroso dell’ansia del superamento…».

È evidente, quindi, oltre all’utilizzo dei diversi metodi d’incisione, che a caratterizzare il repertorio wolfiano sono proprio la costante ricerca, la sperimentazione di nuovi materiali, lo studio, e le soluzioni date ai diversi problemi che la xilografia poneva al di là del puro aspetto tecnico, quali il rapporto di bianco e di nero, il movimento, il colore, ecc.

La Madonna col Bambino tra San Rocco e San Sebastiano Xilografia su legno di testa (X2) 1955, mm 175 x 206

La xilografia a “legno perso”

La cosiddetta xilografia a “legno perso”, o a “riduzione di matrice”, è quel procedimento xilografico che permette di ottenere la stampa a colori utilizzando per tutte le tonalità la medesima matrice. È il metodo utilizzato sul finire degli anni ’50 da Picasso per realizzare numerose tavole incise su linoleum, e prima ancora praticato già da alcuni anni da Sergio Tarquinio su legno di filo.1

Il procedimento, che necessita sempre della massima concentrazione e non consente errori o indecisioni, implica una visione complessiva del risultato finale, poiché ciascuna operazione di taglio si riflette sulle successive fasi di intaglio e di sovrapposizione del colore.

A lavoro ultimato la matrice è resa inutilizzabile per altre tirature e per questo motivo è stata definita a “legno perso”.

Remo Wolf, nell’arco di venticinque anni, a partire dal 1969, realizza un insieme di opere a “legno perso” di rara bellezza e suggestione che da solo basterebbe a definire tutto il talento e la padronanza tecnica dell’autore. In totale sono 61 i fogli con i quali interpreta i temi a lui più cari e usuali: il paesaggio, la ontagna, la figura femminile, le figure allegoriche e mitologiche, i soggetti religiosi.

Le tinte utilizzate, a volte di inafferrabili gradazioni, aggiungono un ulteriore elemento di comunicazione al linguaggio xilografico.

Non va infine dimenticato l’impegno profuso da Wolf nella conoscenza e divulgazione dell’arte, soprattutto quella incisoria. Già co-fondatore del Centro Culturale “F.lli Bronzetti” di Trento, in qualità di responsabile della sezione artistica, organizzò nell’arco di vent’anni ben 111 mostre. Furono così esposte al pubblico trentino le opere di artisti antichi e moderni, nazionali e internazionali, già noti o in via di affermazione.

Per ricordare solo alcuni nomi, si va da Antonio da Trento a Goya, da Feininger a Rouault, Grosz, Leger, Grieshaber, Escher, da Chagall a Ernst, Marangoni, Tramontin, Bramanti, Bruno da Osimo, Piacesi, Federica Galli.2

Per meglio rendere l’idea di quanto impegno vi abbia profuso Remo Wolf basta ricordare che, con mezzi finanziari limitatissimi (le stampe viaggiavano in rotoli postali), lui stesso si occupava in modo diretto praticamente di tutto: dal contatto con gli artisti all’allestimento, dai testi dei piccoli e originali cataloghi alla presentazione della mostra, per finire persino alla sorveglianza delle sale espositive.

Come sempre i numeri rendono tutto più evidente: in quarant’anni di attività del Centro Culturale F.lli Bronzetti (1952-1992) sono state presentate 124 mostre d’arte comprese le 111 organizzate da Wolf nei vent’anni i cui ne è stato il responsabile (1952-1972).3

Concludo queste brevi note in ricordo del centenario della nascita, rammentando le parole del poeta e critico Renzo Francescotti: 4 «….Quando questa immensa produzione incisoria di Remo Wolf sarà studiata a fondo, sarà ripercorsa e storicizzata, ci si accorgerà che probabilmente nessun altro incisore italiano (soprattutto xilografo) può vantare come lui, nella nostra epoca, un respiro artistico di ascendenze letterarie e popolari così vasto, così tenace, così “classico”…»

Remo Wolf (1912-2009)

Nato a Trento, nel 1927 si trasferisce a Parma dove frequenta l’Istituto d’Arte, e quindi al Magistero di Firenze, per poi ottenere a Roma l’abilitazione all’insegnamento. Dal 1931 al 1932 è docente a Bolzano e Merano.

Dopo il servizio militare torna a insegnare sino allo scoppio della guerra che lo vede prima sul fronte francese, e successivamente in Africa Settentrionale.

Al termine della battaglia di El Alamein è fatto prigioniero dagli inglesi (4 novembre 1942). Ritorna in patria nell’aprile del 1946 e riprende l’insegnamento a Trento, quindi a Rovereto e nuovamente a Trento fino al 1976. Nel 1949 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia – sezione pittura con il maestro Guido Cadorin – e stringe rapporti d’amicizia con gli incisori Tramontin, Marangoni e Dinon con i quali, nel 1952, fonda l’Associazione Incisori Veneti.

Ha esposto in moltissime mostre collettive e personali, partecipando a quattro edizioni della “Biennale Internazionale d’Arte” di Venezia (1942, 1950, 1954 e 1956) e alle “Quadriennali d’Arte di Roma” del 1940, 1952, 1956, 1960, 1966.
Memorabili i cicli xilografici dedicati ai temi più diversi: “Danza della morte”, “Piccola Pazzia”, “Polesine”, “I vizi capitali”, “Teste”, “I sogni”, “Le maschere”, “Dai proverbi”, “Incubi di ieri e oggi”, “Pagine d’album”, “Gli amici”, “Omaggio a Villon”, “Omaggio a Boccaccio”, “I venti” e tanti altri.

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