Tranquillo Marangoni, l’uomo nell’arte incisoria

Friulano di nascita e genovese d’adozione (Pozzuolo del Friuli 1912 – Ronco Scrivia 1992), Tranquillo Marangoni inizia a dedicarsi all’arte della xilografia nel 1942 quando, durante uno dei suoi viaggi in treno tra Monfalcone e Udine, realizza il suo primo ex libris,


«tanta era la mia ansia – dice l’artista – di portare a termine quella che per me era una nuova e affascinante forma espressiva».

L’attività di falegname del padre lo porta ad aver familiarità fin da piccolo con il legno e gli attrezzi da lavoro; trova la sua prima occupazione presso un mobiliere e successivamente presso la fabbrica di sci “Lamborghini”, impiego che riprenderà anche nel 1935 dopo il servizio militare svolto a Trento e Bolzano.

«Costretto a coltivare nelle ore notturne la passione per il disegno», Marangoni completa da autodidatta i suoi studi artistici.

Attratto dalla scultura, frequenta per un certo periodo lo studio dell’artista udinese Antonio Franzolini.

Insieme a quella per l’arte figurativa matura anche la passione per la musica, che diventerà un’inseparabile compagna di vita: si costruisce un piccolo flauto e giovanissimo entra a far parte della banda paesana.

Dopo aver iniziato la sua attività di xilografo si dedica, dal 1943, oltre che alla creazione di ex libris, anche alla realizzazione su legno di bolli e timbri per conto delle forze partigiane operanti nel Friuli.

Nel 1945 partecipa per la prima volta ad una mostra d’arte e l’anno successivo organizza a Trieste una sua personale. Nel 1952 espone alla Biennale di Venezia con due opere realizzate per l’occasione (“Rotaie” e “Relitto in bacino”); partecipa poi anche alle successive edizioni del ’54 e del ’56. In quest’ultima è presente con 18 xilografie e 12 ex libris, nella sezione bianco e nero: si consacra la notorietà di Marangoni e si conferma l’importanza dell’incisione come mezzo espressivo.

Il contatto diretto con le vicende operaie del grande complesso industriale del cantiere navale di Monfalcone, dove dal 1939 Marangoni è impiegato in qualità di disegnatore edile e arredatore navale, influenza prepotentemente l’opera dell’artista.

In “Oblò” (1953), uno dei suoi capolavori, il senso di angoscia e oppressione degli operai è descritto magistralmente nella drammatica gestualità dei soggetti. Attraverso il mezzo xilografico viene messa in risalto una realtà fatta di profonda umanità, di solidarietà e nello stesso tempo di denuncia sociale.

È proprio Marangoni ad affermare quanto sia «essenziale la presenza dell’uomo, vuoi come protagonista centrale, vuoi come riflessione del suo contatto con le cose o con il manifestarsi delle sue problematiche culturali ed esistenziali».

L’arte diventa una missione, e la dedizione, e la passione con cui il linguaggio incisorio viene studiato, indagato ed affrontato permettono all’artista di maturare un lessico comunicativo unico ed originale nel panorama italiano. Probabilmente questo aspetto indurrà Marangoni a mantenere un certo distacco ed indifferenza verso le problematiche avanguardiste e neoavanguardiste sull’arte di quel periodo.

L’artista friulano ricerca nella figurazione, e nell’assenza di colore, una carica di realismo e di attenzione per il dettaglio. La severità compositiva di trame fitte e serrate richiama quel bisogno di concretezza e di aderenza al presente in cui si riflette anche una poetica densa di connotazioni morali. La figura umana appare quasi deformata, con tratti a volte al limite del caricaturale e del grottesco, ma sempre con una forte valenza espressiva.

Nella serie di “Divertimenti” (1959) il tema dell’alluvione del Po è affrontato attraverso la disperazione umana, enfatizzata dalla presenza del soggetto ritratto in primo piano di spalle che pone l’osservatore all’interno della scena, in soggettiva.

Le incisioni di Marangoni sono una sintesi di linguaggi che portano ad un esito compatto di ardite composizioni: si alternano effetti di positivi e negativi che si intersecano tra loro come nella serie delle “Filastrocche ed arie genovesi” (1967), dove ogni segno tracciato dal bulino si armonizza ed è parte dell’equilibrio compositivo generale, ma dove la presenza umana non viene meno perché rappresentata attraverso le architetture edificate nel paesaggio ligure. «Una realtà – dice l’artista – costruita sul ricordo, scomposta e ricomposta secondo equilibri prima costruiti entro se stessi», tali da creare «un’immagine rievocativa il più soggettivamente verosimile».4

In“Porto Picheuggio” poi, del 1968, le componenti espressioniste e cubiste si fondono creando un dinamismo dello spazio descrittivo. Le composizioni architettoniche sono spesso azzardate e paiono in precario equilibrio, svelando poi, ad uno sguardo più attento, un perfetto intreccio di segni e forme, risultanti dall’accostamento di campiture chiaroscurali, che restituiscono nel tratto inciso anche la resistenza opposta dalla nodosa compattezza insita nella matrice lignea. È, infatti, la natura del legno stesso a suggerire, e talvolta ad imporre all’artista, certi tratti o certe scelte compositive: in “Posacavi sul viadotto del Campasso” (1964) e “Reti a Manarola” (1969), dove la precisione e stilizzazione geometrica si avvicinano alle purezze formali di una composizione astratta, vengono addirittura sconvolte le regole dell’impianto tradizionale del foglio inciso.

Marangoni ha un’attenzione quasi maniacale per ogni fase di realizzazione dell’opera: provvede personalmente alla stagionatura dei legni, al loro taglio, preparazione e levigatura; personalizza i suoi strumenti di lavoro, costruendo da sé sgorbie, bulini, scalpelli e il torchio per stampare. Un rigore esecutivo mantenuto dai primi segni inferti alla matrice, sino alla stampa finale del foglio.

Con l’illustrazione del libro questa attitudine si manifesta compiutamente, attraverso la ricerca di un’armonica e perfetta unione di testo ed immagine.

Sono da ricordare, tra gli oltre trenta libri illustrati, le 104 xilografie per “I lavoratori del mare” di V. Hugo edito dall’Officina Bodoni di Verona per conto di The limited Editions Club di New York (1959) e le 45 tavole per il ciclo di “Santa Teresa” (1984), concluse dopo due anni di intenso lavoro, con le quali l’artista raggiunge l’eccellenza: un testamento artistico in cui si ritrovano gli esiti delle esperienze tecniche, formali e umane di tutta la sua vita.

Il tempo dedicato all’insegnamento, dopo il trasferimento in Liguria nel 1962, e l’incarico di presidenza nel nuovo liceo artistico statale di Genova, sono l’occasione per condurre la propria sperimentazione in altri campi artistici, quali l’affresco, la decorazione del vetro, il mosaico, la grafica pubblicitaria. Da sempre sensibile alla conoscenza e alla diffusione dell’arte xilografica, Marangoni mantiene vivi i propri contatti con artisti internazionali ed istituzioni europee, grazie anche ai numerosi viaggi studio all’estero, e partecipazioni ad esposizioni internazionale di xilografia.

Nel 1952 è fondatore insieme a Giorgio Trentin, Virgilio Tramontin e Remo Wolf dell’Associazione Incisori Veneti e nel 1956 è nominato membro onorario della Society of Wood Engravers di Londra. Nel 1984 accetta l’incarico di Presidente della nascente sezione italiana della Xylon International, grazie alla quale viene organizzata, nel 1986, la prima Triennale Nazionale della Xilografia “Xylon italiana 1” presso il Museo di Arte Moderna di Villa Croce a Genova.

Marangoni muore improvvisamente nel 1992. Rimangono, tra gli ultimi lavori, gli schizzi preparatori per un ex libris che avrebbe realizzato proprio per celebrare i suoi ottant’anni. Una significativa conclusione di un’attività artistica che proprio dall’ex libris è nata e che attraverso la realizzazione di 1500 legni incisi, a cui si aggiungono numerose xilografie per l’illustrazione di libri e i pannelli ispirati alle matrici xilografiche per la decorazione di motonavi, fa dell’uomo tema di indagine di un’intera vita.

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